0-6 anni, un progetto per i nidi e la scuola dell’infanzia. Oppure un progetto 0-18 anni?

Un disegno di legge che consolida il sistema pubblico privato, curvato sulle visioni valoriali delle famiglie
di Fabrizio Reberschegg

09 Settembre 2014 (3.3 MiB, 815 downloads)

Zero – sei anni non è solo una linea di abbigliamento per bambini della Benetton, ma è anche il fondamentale segmento di vita delle bambine e dei bambini che potrebbero/dovrebbero frequentare una offerta di servizi integrati da zero a sei anni inseribile all’interno del contesto della formazione e dell’istruzione. Si parla quindi di asili nido e di scuole dell’infanzia, volgarmente dette scuole materne. La senatrice Puglisi, già responsabile del Pd per la scuola (in qualità di genitrice…) nella precedente legislatura ha presentato recentemente un disegno di legge (A.S. n. 1260) finalizzato ad inserire in un sistema integrato di educazione e istruzione gli attuali nidi e le attuali scuole dell’infanzia per garantire il diritto delle bambine e dei bambini alla pari opportunità di apprendimento.


Il disegno di legge affronta per la prima volta nel nostro paese in maniera organica il problema della prima infanzia e del sostegno alle famiglie fatto stante che l’Italia spende poco e male le risorse disponibili in sede di PIL a favore delle famiglie (1,4% mentre in area OCSE la media è del 2,2%). Come è noto il sistema statale di offerta di servizi per l’infanzia(3-6 anni) è affidato alla rete delle scuole dell’infanzia statali che affiancano le scuole paritarie e dai servizi offerti dai Comuni. Il sistema dei nidi (0-2 anni) invece è sempre stato affidato ai Comuni o a iniziative private anche convenzionate con tariffe deliberate dall’ente locale o a libero mercato essendo questi considerati servizi a domanda individuale e non inseriti formalmente nel sistema educativo nazionale.Dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso molti sono stati i tentativi di riconoscimento del sistema dei nidi nel sistema educativo nazionale e solo da poco più di vent’anni si è assistito ad un timido tentativo dello Stato di generalizzare la scuola dell’infanzia statale che soprattutto nel centro-sud era di fatto monopolio dei privati o della Chiesa Cattolica. La situazione si è venuta a cristallizzare con la riforma Berlinguer che aveva due cardini di riferimento: l’autonomia scolastica e il riconoscimento della parità dell’offerta formativa tra Stato. Enti Locali e privati. Dal 2000 si è pertanto assestata una situazione di convivenza nel settore scolastico definito “pubblico” tra Stato, Enti pubblici e privati con l’unico comune determinatore nella definizione di standard nazionali minimi da rispettare nell’offerta educativa. La progressiva difficoltà di erogazione dei “servizi” educativi da parte dei privati è stata determinata negli ultimi anni solo dalla crisi economica che ha tolto alle famiglie le risorse per pagare le alte rette scolastiche pur in presenza di aiuti consistenti economici e fiscali da parte dello Stato che consideriamo inaccettabili (si pensi all’ultimo provvedimento del governo Renzi che non fa pagare IMU e Tasi alle scuole cattoliche). Il disegno di legge Puglisi si colloca in questo contesto: invece di puntare sul rafforzamento dell’offerta formativa ed educativa dello Stato e dei Comuni trasferendo risorse dalla scuola privata alla scuola statale e degli enti locali, si limita a consolidare la visione del sistema integrato pubblico-privato senza garantire alle famiglie una scelta reale tra diverse offerte educative. Si pensi alle centinaia di comuni in cui funziona solo la scuola materna privata cattolica. Si pensi alle centinaia di comuni che soprattutto ora non hanno un bilancio sufficiente per garantire l’apertura dei nidi a tariffe accessibili per le famiglie.
In mancanza di risorse importanti per rafforzare il prospettato sistema integrato 0 -6 anni garantendone effettivamente l’accesso a tutte le famiglia il disegno di legge si fonda su fondamenta molto fragili.
Tuttavia è sicuramente positivo che si consideri finalmente il servizio dei nidi non più facente parte dei servizi a domanda individuale e che si riconosca un segmento unitario di continuità degli indirizzi educativi integrati nel sistema nazionale di istruzione. E’ altresì importante che si riconoscano i diritti delle bambine e dei bambini a pari opportunità di educazione senza discriminazioni in ottemperanza con la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo del 1989 e della Convenzione Europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli del 1996 (adottata con legge n.77/2003). Ciò che preoccupa invece, in merito alla gestione,alla governance e ai contenuti dell’offerta formativa, è il rimando all’art. 2 del disegno di legge che prevede al punto c) “ la partecipazione delle famiglie alla definizione degli obiettivi educativi e alla verifica del loro raggiungimento attraverso l’istituzione di specifici organismi rappresentativi assicurando modalità flessibili di incontro e collaborazione con le famiglie e apertura al territorio” e al punto d) dove si “valorizza l’accoglienza e il sostegno delle diversità linguistiche, culturali, religiose ed etniche e concorre, grazie a interventi personalizzati e a una mirata organizzazione degli spazi e delle attività, a prevenire o limitare le conseguenze determinate da disabilità e da svantaggi culturali o sociali”. Si apre una contraddizione essenziale: da una parte si intende riconoscere il sistema integrato della prima infanzia all’interno del sistema nazionale di istruzione e dall’altra lo si vuole curvare agli obiettivi e alle esigenze culturali, sociali, etniche e religiose richiesti dalle famiglie in termini di personalizzazione degli interventi educativi tornando al servizio a domanda individuale. Tutto ciò si basa su una considerazione non detta: gli insegnanti, che dovrebbero nel disegno di legge essere tutti laureati, sono di fatto considerati privi di adeguata autonomia e libertà nelle scelte di insegnamento ed educative, diventano una sorta di baby sitter qualificati, esecutori degli indirizzi educativi e culturali (anche religiosi?) espressi dalle famiglie.
Tale visione della scuola si coniuga con il concetto di servizio scolastico immaginato dagli ultimi governi sulla scia degli insegnamenti berlingueriani che sposano la teoria della centralità dello studente, delle famiglie e dei loro bisogni cui la scuola deve dare soddisfazione. Il famoso “diritto al successo formativo”per gli studenti è la sintesi di scelte pesantissime che hanno minato l’autonomia del sistema educativo e la libertà di insegnamento in funzione al soddisfacimento di bisogni immediati e di breve periodo. Il disegno di legge della senatrice Puglisi, pur rappresentando un apprezzabile tentativo di dare un quadro unitario di riferimento a un settore troppo trascurato, purtroppo si inserisce nella visione della scuola servizio, e non istituzione della Repubblica, da 0 a 18 anni. Peccato che ci si dimentiche che le bambine e i bambini, le studentesse e gli studenti sono tutti cittadini italiani o cittadini con pari diritti e doveri. Non sono di proprietà esclusiva dei genitori e devono diventare adulti nel senso anche di acquisizione di responsabilità e doveri nei confronti della collettività. La scuola dovrebbe rappresentare per tutti i bambini uno spazio pubblico in cui confrontarsi e crescere imparando a conoscere limiti e capacità di ciascuno che possono essere superati con la collaborazione, la cooperazione, la conoscenza senza l’invadente presenza di genitori sindacalisti dei figli che delegano alla scuola competenze educative che dovrebbero essere loro. Fuori dalle aule scolastiche.

ALLEGATI

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