La scuola contemporanea della nuova disuguaglianza

Adolfo Scotto di Luzio, La scuola che vorrei, Bruno Mondadori

05 Maggio 2014 (3.9 MiB, 1189 downloads)

Apparentemente sembra un piccolo libretto simile a quelli che ogni tanto escono parlando o straparlando di scuola. Si tratta invece di un testo molto denso e impegnativo che affronta i temi centrali che dovrebbero informare il dibattito politico e culturale sulla funzione e sul futuro della scuola pubblica in Italia e non solo.
Il prof. Adolfo Scotto di Luzio che insegna Storia della Pedagogia presso l’Università degli Studi di Bergamo rappresenta uno dei rari di studioso che affronta la questione dei sistemi educativi in termini chiari partendo dai concetti fondanti dell’assetto istituzionale degli Stati occidentali con particolare riferimento ai concetti di democrazia, uguaglianza, identità, cultura. Ecco alcuni dei temi proposti e sui quali riteniamo sia necessario tornare a dibattere non solo in funzione critica dell’esistente, ma per costruire una proposta alternativa ai modelli di istruzione che ci vengono imposti più dal mercato che dalla politica.

Quando ci si riferisce astrattamente alla ”scuola di tutti” si occulta il fatto che, mentre nella prima parte del Novecento , le rivendicazioni sociali delineavano nella scuola un luogo che gli esclusi avevano diritto di occupare, nell’ultima parte del Novecento fino ai giorni d’oggi, a fronte di una crisi strutturale del capitalismo fordista e del tradizionale mercato del lavoro, la nuova immagine dello studente si delinea come consumatore di educazione, acquirente di blocchi e di moduli di insegnamento ciascuno connotato da un indice, un credito formativo commensurabili nel mercato delle opportunità di istruzione e, sperabilmente, spendibili nel mercato del lavoro. Si è assistito quindi ad una radicale trasformazione della scuola da istituzione dello stato nazionale, portatrice di valori ad esso incardinati, ad una scuola supermercato di stampo privatistico in cui prevale la scelta dello studente consumatore. Di fatti si tratta dell’applicazione della teoria della sovranità del consumatore di stampo economico neoclassico. Così concepita, la scuola è sempre più un’opportunità del singolo, un elemento del suo curriculum, un vantaggio competitivo individuale, mentre perde la sua capacità di qualificazione generale portando gli insegnanti a non essere più chiamati a trasmettere il sapere, ma ad essere gestori tecnici della moltitudine sulla base pedagogica storicamente prevalente nelle accademie. Ciò si acuisce nell’attuale periodo in cui viene meno la centralità del ”pubblico”. Ora ”la scuola non scambia più titoli di studio con opportunità di impiego, impersonalmente offerte dal sistema sociale, ma semmai titoli di studio con stili di vita”. Nella attuale crisi, il discorso astratto sul merito, mancando un canone condiviso e un accordo sul modello culturale, si scontra sulla mancanza di standard socialmente accettati. Il merito si definisce allora come semplice applicazione di metodologie di natura statistica priva di valori significanti.
In questo senso, per Scotto Di Luzio, la scuola contemporanea,che agisce in una società senza lavoro o con meno lavoro necessario erogabile, organizza così la nuova diseguaglianza sulla base di una distinzione sempre più netta tra il massimo della concentrazione della qualità dell’istruzione in una cerchia ristretta di individui altamente motivati, e un circolo scolastico a bassa intensità di contenuti culturali e di impegno individuale destinato ad una massa di percettori di una sorta di reddito minimo garantito applicato all’istruzione. Alla creazione di una sorta di aristocrazia dell’istruzione, appannaggio dei ceti ricchi che possono permettersi scuole e università private o di finanziare in maniera privatistica l’offerta formativa delle scuole pubbliche, corrisponde l’idea del controllo sulla spesa erogata in un calcolo dei benefici attesi, ”è una scuola del controllo per mezzo della tecnica pedagogica e dei nuovi strumenti di valutazione concepita in opposizione all’esperienza liberale della cultura come terreno dell’autocoscienza giovanile”.
Nel trionfo della tecnologia dell’educazione misurabile la sfera del politico cede ora il passo alla burocrazie ministeriale e al ruolo di concertazione tecnico-burocratico dei sindacati con risultati disastrosi.
L’analisi esposta nel libro non si sofferma al solito caiher de doleance. La speranza è che si ricominci a parlare della scuola come portatrice del canone, della trasmissione del patrimonio culturale da generazione in generazione, di scuola che interpreta e fa propri i contenuti del sapere e della cultura, del bello e del giusto.
E’ una scuola che dovrebbe chiedere doveri e responsabilità e non semplicistici diritti al successo formativo. In tutto questo manca ancora un ruolo centrale degli insegnanti e delle loro associazioni. L’unica anomalia di fronte a questo panorama desolato, diciamo noi, resta ancora solo la Gilda degli Insegnanti.

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