Governo dopo Governo, il double bind degli insegnanti

24 Marzo 2014 | di Fabrizio Reberschegg

04 Aprile 2014 (3.8 MiB, 1217 downloads)

Un appello al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, perchè non continui a dare segnali contraddittori sui temi della scuola che generano una sorta di ”schizofrenia” dannosa alla Scuola e ai docenti

Lo psicologo e filosofo britannico Gregory Bateson ha introdotto negli anni cinquanta del secolo scorso il concetto di double bind,doppio legame. Il doppio legame indica una situazione in cui la comunicazione tra due individui, uniti da una relazione emotivamente rilevante, presenta una incongruenza tra il livello del discorso esplicito (verbale, quel che vien detto) e un altro livello, detto metacomunicativo (non verbale, gesti, atteggiamenti, tono di voce), e la situazione sia tale per cui il ricevente del messaggio non abbia la possibilità di decidere quale dei due livelli ritenere valido, visto che si contraddicono, e nemmeno di far notare l’incongruenza a livello esplicito. Nella psichiatria batesoniana la permanenza di doppi legami comporta la nascita della malattia e della schizofrenia, ma il concetto può essere esteso a tutte le situazioni in cui ci sono cortocircuiti nella comunicazione e in cui i destinatari si sentono dalla parte del torto qualsiasi comportamento essi assumano. Il double bind sembra governare negli ultimi trent’anni la scuola italiana. Dalle granitiche certezze rispetto alle finalità, le procedure e la struttura dell’insegnamento che erano elementi fondanti del sistema scolastico gentiliano si è aperta a partire dalla fine degli anni sessanta del secolo scorso la interminabile stagione delle riforme della scuola. Il modello gentiliano, profondamente ancorato nella struttura sociale derivata dalla divisione del lavoro di stampo fordista, era evidentemente ingiusto e obsoleto, ma era caratterizzato da una struttura stabile nel tempo. Il passaggio al cosiddetto postfordismo, l’irruzione della terza rivoluzione industriale caratterizzata da profonde innovazioni scientifiche (telematica, informatica, biotecnologia, ecc.), la progressiva terziarizzazione dell’economia e la globalizzazione dopo la caduta dei regimi del socialismo reale ha comportato la necessità di una profonda revisione dei sistemi educativi e di istruzione in tutti i paesi occidentali. La scuola, elemento centrale dell’intervento dello Stato Nazione e del welfare di stampo europeo, è entrata in una crisi di valori essendo la sua funzione sempre più condizionata dalle modificazioni incessanti del mercato del lavoro e della struttura sociale conseguente.
Mentre in altri Stati la politica ha cercato di definire interventi riformatori con caratteristiche strutturali di medio-lungo periodo, pur con assestamenti parziali, in Italia soprattutto a partire dagli anni novanta si è intervenuti con incredibile superficialità e con una accozzaglia di provvedimenti che hanno reso complesso il già complicato sistema scolastico. Lo stesso ministero di Luigi Berlinguer che voleva fare la Grande Riforma della scuola basata sull’autonomia e su modelli aziendali è stato l’ultimo caotico tentativo di dare un quadro di indirizzo politico al sistema dell’istruzione. Il modello berlingueriano, che è stato sostenuto all’inizio entusiasticamente dai principali partiti del centrosinistra e di fatto da quelli di centro destra, è stato progressivamente manipolato, interpretato e curvato alle esigenze di bottega dei tanti ministri che si sono succeduti negli ultimi vent’anni che hanno cercato la loro personale visibilità approvando micro riforme che hanno solo creato ulteriore confusione. La stessa riforma Gelmini si è collocata nel solco della riforma Berlinguer anche se con finalità maggiormente legate al taglio della spesa sociale.

Il double bind nella Scuola
In tutti questi anni si è chiesto ai docenti di garantire il successo formativo (di fatto bocciare il meno possibile) e contemporaneamente si è accusata la scuola di ridurre i livelli di qualità della preparazione degli studenti. Si è chiesto di passare dai programmi alle mitiche competenze (didattica per obiettivi) e contestualmente si sono introdotte nuove metodologie di misurazione numerica dei livelli. Si è passati dalla demonizzazione della valutazionesommativa all’introduzione del registro elettronico che utilizza strumenti automatici di valutazione sommativa. Si è introdotta la didattica personalizzata e contemporaneamente sono stati imposti test standardizzati omogenei per calcolare il cosiddetto valore aggiunto. Si è chiesto alla scuola di fare supplenza rispetto alla famiglia sui tanti temi dell’educazione (sessuale, affettiva, di genere, alimentare, ecc.) e si sono dati alle famiglie strumenti di intervento e controllo diretto sulle modalità di insegnamento e sulla libertà stessa dell’insegnamento. Di fatto si è chiesto agli insegnanti di modificare strumenti e modalità di lavoro con una cadenza almeno quinquennale inseguendo le prevalenti mode pedagogiche e contemporaneamente si chiede loro di essere autorevoli, preparati e inclusivi mantenendo serietà e completezza nei contenuti dell’insegnamento. In tutti questi anni è stato detto che gli insegnanti sono pagati troppo poco per il lavoro che svolgono, dall’altra che sono pagati troppo e che godono di privilegi inaccettabili. Negli ultimi vent’anni si è passati dalla liceizzazione forzosa della Moratti al rimpianto delle scuole di avviamento professionale dopo aver massacrato l’istruzione tecnica e professionale con una riforma demenziale. Ultimamente alcuni dicono che si sta troppo tempo a scuola e propongono la riduzione di un anno del percorso formativo, altri immaginano una scuola aperta tutto il giorno e per tutte le età.
Gli effetti di questi contrastanti messaggi sono essenzialmente due: da un lato l’evidente diffusa ignoranza e impreparazione anche di base che dimostra ora gran parte degli studenti, dall’altra la demotivazione e la stanchezza di tanti insegnanti che cercano solo di sopravvivere e di fare il loro lavoro evitando di pestare i piedi al dirigente scolastico e alle famiglie. La ”schizofrenia” che assale gli insegnanti italiani è frutto della demagogia e dell’incompetenza di una classe politica che tentato di usare la scuola come bacino elettorale e di consenso. Dalla prima campagna elettorale di Prodi (la scuola prima di tutto) a Renzi (puntare sulla scuola) governi e ministri hanno parlato di scuola senza conoscerne i veri problemi e affidandosi ai ricordi di infanzia e di adolescenza. Oppure, da rettori universitari che hanno interpretato la scuola come l’anello debole del sistema che penalizza il (loro) percorso universitario o l’inserimento nel mondo del lavoro seguendo le indicazione della Confindustria (dando la colpa sempre agli insegnanti degli insuccessi delle ”loro” riforme).
Confidiamo che il nuovo governo Renzi non continui a dare segnali contraddittori sui temi della scuola. Ci permettiamo di dare al nuovo Presidente del Consiglio un semplice suggerimento per evitare gli errori del passato: si ascoltino di più i docenti, quelli che entrano tutte le mattine in classe, si ascoltino di meno coloro che per scelta o per ventura in classe non ci vanno mai (dirigenti scolastici, pedagogisti, economisti, burocrati ministeriali). Cominci a farsi raccontare la scuola vera parlando con sua moglie che fa l’insegnante. Sicuramente sarà più efficace dei troppi ”esperti” che straparlano di istruzione e formazione.
Auguri, Presidente Matteo.

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