BES e DSA: è meglio la cura o la resilienza?

di Stefano Battilana

04 Aprile 2014 (3.8 MiB, 1219 downloads)

Il convegno nazionale della Gilda di Padova

Ho sempre pensato che vi fossero due tipi di burocrate: quello che parla per numeri, ad esempio citando la cifra di leggi, articoli e circolari e quello che parla per sigle, orientandosi benissimo nel gran mare degli acronimi. Entrambi parlano da e per iniziati, ma è dell’inflazione di quelli del secondo tipo che si è occupato il convegno di Padova, che ha visto una larga partecipazione, in linea con la tradizione convegnistica padovana, sempre di risonanza nazionale e con molta cura nella preparazione scientifica ed organizzativa: erano disponibili anche gli atti dei convegni degli anni precedenti. Doveroso va un ringraziamento alla squisita ospitalità dei colleghi padovani.

Il convegno si è aperto con i saluti del Coordinatore provinciale, Prof. Giorgio Quaggiotto. Sono seguiti i saluti del nostro Coordinatore nazionale, Rino Di Meglio, e del coordinatore regionale del Veneto, Prof. Livio D’Agostino: entrambi hanno lamentato la paradossale coesistenza di ”buone pratiche” nelle intenzioni e di cattive pratiche nella realizzazione. L’introduzione al tema della giornata, svolto dalla Prof.ssa Renza Bertuzzi, ha delineato il panorama legislativo, a partire dalla L. 517 del 1977. Da allora, possiamo lamentare una progressiva medicalizzazione del problema della disabilità: nei confronti dei ragazzi difficili viene sempre più spesso applicato un metodo spersonalizzato, un ”protocollo”, come avviene negli ospedali (paziente di tipo A, di tipo B, ecc.), contravvenendo al salutare motto: ”non esistono le malattie, ma esistono i malati…”. Non bisogna quindi clinicizzare o enfatizzare troppo i ”disturbi specifici” che spesso sono comuni a tutti e non richiederebbero certificazione ma solo attenzione: valga, da ultimo, un suggerimento dall’inizio del romanzo ”Oliver Twist”, laddove, riguardo alla nascita rocambolesca e assai contrastata del protagonista, si afferma che SE NON fosse nato SOLO, sarebbe sicuramente morto: l’estrema difficoltà l’aveva invece reso forte e capace di affrontare la vita…

E arriviamo ora al mattatore della giornata: l’ispettore Iosa, che, fedele alla quantità promessa dal cognome, ha inondato di input e metafore la platea. Il suo intervento è iniziato con un provocatorio ”I BES non esistono!”: sarebbero infatti frutto della ”iatrogenesi” (=medicalizzazione) della società, descritta nel famoso ”Nemesi medica” di Ivan Illich. L’ incessante e patologica ricerca della perfezione, questo moderno mito dell’eternità che potremmo chiamare ”trans-umanismo”, ci porta sempre più alla ricerca dell’attenuante, del ”non è colpa mia”, verso un ”conservatorismo compassionevole”. Ci siamo addentrati, come vedete, in un linguaggio immaginifico, a volte più suggestivo che esplicativo, che descrive il problema dei disturbi dei BES più spesso come un caso di profezia che si auto-avvera, laddove certe diagnosi determinano la malattia. La società della cura non fa sviluppare le persone, regala loro un alibi o un salvacondotto, per cui alla fine le famiglie hanno letteralmente invertito l’atteggiamento di qualche anno fa, che viveva la certificazione come un disagio, per convertirsi al motto: ”Meglio un po’ malato che bocciato…”.D’altronde potremmo dire che i BES sono figli dei DSA, introdotti per via legislativa dalla L. 170/2010, la quale ha generato un aberrante ”modello neo-contrattuale della didattica”: il genitore ”pretende”, spalleggiato dalla legge, strumenti dispensativi e compensativi, cioè facilitazioni che non aiutano a crescere. Si tratta, secondo Iosa, del modello ”Candy Candy”, qualcosa di opposto al modello del ”Circo della farfalla” (NdR), quel cortometraggio, dove anche il più estremo dei menomati può trovare la propria autonoma strada. La parola chiave diviene quindi ”resilienza”, ovvero la capacità dell’uomo di affrontare le avversità della vita, di superarle e di uscirne rinforzato e addirittura trasformato positivamente: come testimoniato dal recente libro di Cyrulnik ,celebre psichiatra francese, ”La vita dopo Auschwitz”. In sintesi, è necessario ”aver cura” invece che curare, assistere da dietro piuttosto che tirare da davanti, lavorare ”in orizzontale” e sui ”potenziali”, giocare sempre una immaginaria ”partita a tennis” coi discenti e soprattutto respingere i metodi descrittivi di tipo sinottico o didascalico, in favore di un approccio olistico, del metodo narrativo, l’unico in grado di descrivere veramente la persona. Facondo questo Prof. Iosa! Varrà la pena di proporgli un’intervista, che spero possa uscire nel prossimo numero…

Del Prof. Israel abbiamo potuto ascoltare un interessante video-intervento in cui ha affrontato la questione generale dei ”disturbi di apprendimento” anch’egli paventando il rischio che si sia di fronte a ”una fabbrica di malattie” e che tutto ciò possa trasformare i DSA in DSI (Disturbi Specifici di Insegnamento), dovuti principalmente alla sparizione della didattica tradizionale, che insegnava ai bambini a fare le aste e a incolonnare, favorendo così un’ordinata struttura mentale. Siamo di fronte al paradosso dell’individualizzazione: da una parte si parla di ”valutazione standardizzata” (i test Invalsi) e dall’altra di percorsi soggettivi e individualizzati. La scuola deve tornare alla propria tradizionale funzione di trasmettere cultura, perchè solo la cultura dà la possibilità di scegliere e di esercitare la vera libertà dell’uomo, quella delineata da Pico della Mirandola, per il quale l’uomo non ha una natura predeterminata, ma può elevarsi a vette sublimi oppure scendere giù in basso come le bestie. Tesi accolta dalle immaginifiche parole di Pascal, con cui vorremmo concludere: ”L’uomo è una pura contraddizione in sè, posto fra i due abissi dell’infinito e del nulla…”

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