Un insegnante è per sempre

La parola a Salvatore Niffoi, docente e scrittore
di Renza Bertuzzi

09 Settembre 2014 (3.3 MiB, 897 downloads)

La cultura e la scuola
La cultura è l’ unico strumento che, gramscianamente parlando, un popolo ha; che un uomo ha, perché la cultura rende liberi. Un popolo senza cultura è un cieco vedente.
Oggi io vedo molti ciechi vedenti frutto di una devastazionedella scuola e del ruolo dei docenti, avviata da parte di certe istituzioni.
Negli ultimi venti anni, è accaduto che all’impoverimento della scuola sia corrisposto un impoverimento e un imbarbarimento della società.


Impoverimento linguistico, soprattutto. I giovani parlano ormai con la fusione fredda del linguaggio dello smartphone e del computer. Una lingua neofuturistica o solo onomatopeica. Molti si chiedono il perché: basta guardare come è stata trattata la scuola.
Basta guardare cosa è successo nella scuola con l’ Autonomia, che ha inferto un colpo feroce (e molti docenti non se ne sono accorti!) introducendo una mole enorme di burocratizzazione, e che ha messo in secondo piano la sua funzione primaria, la sua mission.
Una mission basata sulla cultura, che è l’ unica condizione che rende liberi. La cultura che ha bisogno di contenuti, di un rapporto umano e non di test perché l’ utenza appartiene al genere umano e non ai robot. Il declino della scuola è il declino della società.

I docenti
La funzione dei docenti è stata devastata, in questi ultimi vent’anni, da un attacco concentrico di stampa e politici. A cominciare dalle definizioni offensive di fannulloni, assenteisti, come se nella scuola fossero presenti esempi preponderanti di queste particolarità. Io credo che l’ assenza di politica abbia trasformato il docente. I politici hanno sempre ragionato di scuola all’ interno delle relative cornici ideologiche. L’ assenza di una progettualità sulla scuola ha devitalizzato il ruolo degli insegnanti.

La mia storia
Da bambino- la mia famiglia era povera- mia madre voleva che diventassi medico, una figura riverita. Io per ripicca avevo deciso di diventare un trapezista del circo, facendo disperare e piangere mia madre. Poi, è arrivato un insegnante elementare, un Maestro, che mi ha fatto nascere il piacere della lettura. Un Maestro verso cui ho provato gratitudine, ammirazione, stima, rispetto. Guardando la sua figura imponente, il suo sguardo ieratico, il suo sorriso sempre vivo, il suo piacere di donare, mi dicevo: Che bello insegnare!
Così sono diventato anch’ io insegnante, ed ho lavorato soprattutto per dare l’esempio, non per essere educatore (sono le madri e i padri che devono educare) ma per mostrare con il comportamento la coerenza di ciò che insegnavo. Ho usato poco il registro ma spesso il confronto diretto, l’ invito ai ragazzi ad assumersi le proprie responsabilità. Ho cercato di aiutare i miei alunni senza dare loro ordini (gli insegnanti non sono giudici né preti) ma usando sempre la delicatezza. Ho preferito sempre dire brutte verità che belle bugie.
Diversi miei studenti hanno fatto strada, alcuni si trovano a Pietroburgo mentre altri sono tornati a lavorare la terra. E va bene così, un insegnante deve anche far capire che nel pane sudato c’ è un piacere.

Riprendere il filo interrotto: insegnanti nuovi partigiani
Bisogna riprendere il filo interrotto, restituendo la fiducia agli insegnanti, non perché essi vengano considerati come icone bensì come figure rispettate, istituzionali. Un insegnante è il punto storico della memoria e non va temuto ma rispettato sì. E poi bisogna ripristinare il sentimento della gratitudine per i docenti, come quello che ognuno di noi conserva per certi insegnanti della sua vita (oggi, insieme con il senso del ridicolo abbiamo perso anche il senso della gratitudine). E’ necessario però anche che i docenti si riapproprino dell’ insegnamento come una scelta di vita, una scelta laica, naturalmente.
Una scelta che parta dalla consapevolezza che la scuola deve restare l’ architrave portante contro il populismo caciarone, e deve formare persone, uomini.
Una scelta che ha bisogno del coraggio civico, di nuovi partigiani che non hanno paura, perché sono consapevoli che il declino della scuola è il declino della società e che, se non si cambia, si dà una mano alla rovina del Paese. Partigiani con il coraggio di rischiare, che riscoprano il piacere del donare, più grande di quello di ricevere. Capire che il rapporto affettivo con gli alunni vale più della lavagna luminosa, che l’ insegnamento dell’educazione civica e della grammatica aiuta a non diventare lobotomizzati, piccoli robot.
Un insegnante è per sempre

(Testo raccolto da Renza Bertuzzi)

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Salvatore Niffoi è uno scrittore nato a Orani piccolo centro della Barbagia in provincia di Nuoro, dove vive tuttora.
È stato insegnante di scuola media fino al 2006. Si è laureato in lettere a Roma nel 1976, con una tesi sulla poesia in sardo, i cui relatori erano Carlo Salinari e Tullio de Mauro.
Scrive il suo primo romanzo, Collodoro, nel 1997, edito dalla casa editrice nuorese Solinas. Nel 1999 inizia il sodalizio con la casa editrice Il Maestrale, con la quale ha pubblicato i successivi romanzi: Il viaggio degli inganni (1999), Il postino di Piracherfa (2000), tradotto in francese, Cristolu (2001), La sesta ora (2003).
I romanzi La leggenda di Redenta Tiria, La vedova scalza e Ritorno a Baraule escono presso la casa editrice Adelphi di Milano; è proprio con La vedova scalza che ha vinto il Premio Campiello nel 2006. Da allora ha continuato a scrivere molti romanzi apprezzati dalla critica e dai lettori. E’ conosciuto e molto apprezzato all’ estero dove molti suoi romanzi sono stati tradotti. Niffoi è uno dei più popolari scrittori della Nuova letteratura sarda.
La sua prosa si caratterizza per la commistione di italiano e sardo, sia dal punto di vista lessicale sia sintattico. L’uso del sardo, scelta voluta e necessaria come lui stesso afferma, non vuole tenere lontani i lettori che non conoscono il suo idioma, bensì vuole dare alle cose il nome che hanno, esprimere il senso della narrazione senza incorrere nel tradimento della traduzione, in un approccio alla letteratura volto a conservare i dubbi, piuttosto che esplicitare certezze. Degne di nota sono le sue descrizioni, che prevalgono sui dialoghi e hanno capacità di restituire i colori e gli odori, ma anche i rumori (anche mediante l’uso delle onomatopee), sollecitando i sensi.

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