Mario Lodi: il senso di una scuola senza i test

di Redazione

04 Aprile 2014 (3.8 MiB, 1321 downloads)

‘Come allora, anche oggi c’ è bisogno di ricostruire moralmente una società, recuperando i valori abbandonati”

Mario Lodi è morto a 92 anni. E’ stato un pedagogista e uno scrittore, punto di riferimento di molto maestri. I suoi libri sono stati letti in moltissime classi delle scuole italiane.

Autore di decine di libri per ragazzi – uno per tutti, nel ’61, il mai dimenticato Cipì, storia di un passero osservato collettivamente dal davanzale – e precursore di un’ idea non autoritaria della scuola. Un classico della narrativa per ragazzi; ma anche qualcosa di più: perchè in quel racconto del 1961 era riassunto un metodo di lavoro di quel maestro elementare cremonese quasi quarantenne che poneva al centro dell’ educazione e dell’ insegnamento l’ esperienza vissuta quotidianamente dai ragazzi, protagonisti d’ ogni pratica educativa.
Era il principio d’ un percorso d’ apprendimento che, quale che fosse la materia scolastica, doveva prendere le mosse dal mondo del bambino, dalla sua quotidianità personale, familiare e sociale, dalle esperienze dei suoi stessi affetti. Un’ esperienza positiva, approdata anni dopo nel celebre libro dal titolo che ha l’ espressione d’ un sorriso: C’ è speranza se questo accade a Vho. Ossia: la speranza di crescere senza essere «costretti» dentro maglie che devono essere necessariamente uguali per tutti. Di crescere attraverso domande e ricerche, che si traducevano in inchieste, in giornalini scolastici, in possibilità di mettere nero su bianco il frutto delle proprie curiosità, di esprimersi attraverso scritti, disegni, musica, teatro, danza, gestualità». Non era un libro «sessantottino», non mirava a distruggere ma semmai a riformare.

Diplomato maestro nel ’40, incarcerato per antifascismo durante la guerra, fece del suo paese in provincia di Cremona una sorta di laboratorio, un centro d’ irradiazione. Scuola e Costituzione sono stati per lui (che scriverà anche una versione per bambini della Carta) un binomio indissolubile.

A monte c’ erano le esperienze francesi di Cèlestin Freinet e della sua pedagogia popolare; come obiettivo la necessità che gli scolari procedano per tentativi nella costruzione della loro personalità; come orizzonte l’ importanza delle attività motorie ed espressive.

Nel suo paese vivrà e lavorerà, in un laboratorio di «sperimentazione dei linguaggi» affiancato da un centro studi sulla cultura del bambino e una pinacoteca dell’ età evolutiva. Bambini e contesto sociale, educazione e linguaggi, spontaneità e autonomia, ma anche poesia: con questi capisaldi Mario Lodi esercita un magistero e un’ influenza culturale importantissimi, non solo in Italia. Si affaccia al cinema (Partire dal bambino, quattro episodi per la Rai con la regia di De Seta, nel ’78), lancia il Giornale dei bambini. È molto critico nei confronti della televisione, che vede «proliferare in modo selvaggio e senza un codice etico» a partire dagli anni 90; le dedica un romanzo, La tv a capotavola (Mondadori) ma anche la campagna «Una firma per cambiare la tv», che raccoglie oltre 500 mila adesioni.
Il suo lavoro non finisce con lui, perchè intorno alla Casa delle arti e alla figlia Cosetta si sono radunati nel tempo insegnanti e formatori. Il lascito non è consolatorio. In uno degli ultimi interventi ricordò gli anni del dopoguerra: «Come allora, anche oggi c’ è bisogno di ricostruire moralmente una società, recuperando i valori abbandonati».


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LA LETTERA DI MARIO LODI AGLI INSEGNANTI


21 settembre 2010

Care maestre e cari maestri,

mi è capitato spesso, in questo periodo, di ricevere lettere o telefonate da qualcuno di voi. La domanda che mi viene rivolta con maggiore insistenza è: ”Come facciamo a insegnare, in tempi come questi?”. I sottintesi alla domanda sono molti: il ritorno del ”maestro unico”; classi sempre più affollate; bambini e bambine che provengono da altre culture e lingue e non sanno l’italiano etc.
Anch’io, come voi, soprattutto nei primi anni della mia attività di maestro, mi ponevo interrogativi analoghi. Ho cominciato ad insegnare subito dopo la guerra. Le classi erano molto numerose. Capitava anche di avere bambini e bambine di età diverse.
Forse qualcuno di voi ha la brutta sensazione di lavorare come dopo un conflitto: in mezzo a macerie morali e culturali, a volte causate dal potente di turno – ce n’erano anche quando insegnavo io – che pensa di sistemare tutto con qualche provvedimento d’imperio. I vecchi contadini delle mie parti dicevano sempre che i potenti sono come la pioggia: se puoi, da essa, cerchi riparo; se no, te la prendi e cerchi di non ammalarti e, magari, di fare in modo che si trasformi in refrigerio e nutrimento per i tuoi fiori.
Il mio augurio per il nuovo anno scolastico è questo: NON SENTITEVI MAI DA SOLE E DA SOLI!
Prima di tutto ci sono i bambini e le bambine, che devono essere nonostante tutto al centro del vostro lavoro e che, vedrete, non finiranno mai di sorprendervi. Poi ci sono altre e altri che, come voi, si stanno chiedendo in giro per l’Italia quale sia ancora il senso di questo bellissimo mestiere. Capitò così anche a me, anche a noi. Cercammo colleghe e colleghi che si ponessero le nostre stesse domande e fu così che incontrammo Giuseppe Tamagnini, Giovanna Legatti, Bruno Ciari e altre e altri con i quali costruimmo il Movimento di Cooperazione Educativa. Poi ci sono anche i genitori e le zie e i nonni dei vostri alunni e delle vostre alunne, che possono darvi una mano, se saprete, anche insieme a loro, rendere la scuola un luogo accogliente e bello, in cui ciascuno abbia il piacere e la felicità di entrare e restare assieme ad altri.
Non dimenticate che davanti al maestro e alla maestra passa sempre il futuro. Non solo quello della scuola, ma quello di un intero Paese: che ha alla sua base un testo fondamentale e ricchissimo, la Costituzione, che può essere il vostro primo strumento di lavoro.
Siate orgogliosi dell’importanza del vostro mestiere e pretendete che esso venga riconosciuto per quel moltissimo che vale.
Un abbraccio grande.
Mario Lodi

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