La scuola che vorrei. Intervista al Professor Scotto di Luzio

La scuola che vorrei è una scuola di cultura, che riduca il peso assurdo che in questi anni è stato attribuito alle pratiche e che riscopra il valore degli studi.”
di Renza Bertuzzi

05 Maggio 2014 (3.9 MiB, 1301 downloads)

Professore, parliamo un po’ delle finalità della scuola. Nel suo testo (1), lei sostiene ”Compito della scuola è selezionare gli individui più adatti per un’ impresa di cui tutti si gioveranno”. Ciò richiama la lezione di Piero Calamandrei per il quale la scuola doveva selezionare la classe dirigente. Oggi, però, non si deve parlare di selezione. Come la mettiamo?
R. Non si parla più di selezione perchè si è accettato il principio che la selezione la fanno altri, altre istituzioni altri fattori, ancora una volta le differenze di reddito familiare, il tipo di scuola che i genitori sono in grado di ”comprare” ai figli. Per capire che cos’è la selezione scolastica in Italia bisognerebbe prestare attenzione alle nuove forme di emigrazione scolastica che caratterizzano il nostro Paese. Dal Sud al Nord, dall’ Italia al mondo anglosassone, Inghilterra e Stati Uniti. Queste sono le cose che contano per capire chi vince e chi perde sul terreno della nuova competizione educativa. Poi non c’è solo la questione delle elite, pure molto importante, perchè di fatto stanno scomparendo le elite pubbliche, elite formate e passate al vaglio dell’ istituzione scolastica pubblica, e di un modello culturale che si possa definire nazionale. In che senso si possono dire italiane delle elite che della storia e della cultura del nostro Paese non sanno quasi più niente? Ma il problema dicevo non può essere limitato alla questione delle elite. L’idea che la scuola è un servizio educativo è discutibile quando pensata in termini unilaterali. Andrebbe aggiunto che la scuola esercita la sua funzione anche nel mettere le giovani generazioni al servizio di interessi che trascendono l’orizzonte della loro esperienza privata. La conservazione della cultura, lo sviluppo della conoscenza, la potenza economica della nazione. Vale a dire tutti quegli elementi che stanno alla base del sistema delle grandi università americane verso le quali si dirigono i figli della nostra borghesia.
Scuola e democrazia: che legame esiste (o dovrebbe esistere) tra questi due termini?
R. La scuola prepara il cittadino democratico. In realtà la formula è talmente abusata da non significare più niente di preciso. La verità è che il rapporto tra partecipazione politica e formazione scolastica va ripensato radicalmente. In società caratterizzate da una crisi così profonda del consenso come sono quelle europee e l’ Italia in particolare, l’idea che la scuola debba preparare il cittadino nelle arti del governo, come era alla fine della seconda guerra mondiale, rischia di trovarsi completamente spiazzata rispetto ai processi politici reali che riguardano la trasformazione della sfera della rappresentanza democratica. Sul terreno della formazione del cittadino, la scuola assolve oggi essenzialmente funzioni ideologiche, sulla base di una concezione prescrittiva della democrazia. È un proliferare di pistolotti sulla convivenza, sull’inclusione, sulla diversità. Si è completamente perso in questa ipertrofia del discorso democratico, quello che è invece il nucleo resistente di ogni concezione moderna e democratica dell’ istruzione, il nesso strettissimo tra primato della parola scritta e consapevolezza pubblica. Se si manomette questo legame tra cultura del libro e cittadinanza si prepara il terreno, come di fatto è già avvenuto, ad una generazione di gregari e di conformisti. Leggere non è vedere e solo la lettura con quel tanto di disciplina, di fatica e di ordine che comporta mette l’individuo nelle condizioni di ”stare in guardia” rispetto al funzionamento del processo politico.

Lei afferma che negli ultimi vent’ anni tutto è stato messo in discussione, nella scuola. Adesso come se ne esce, ammesso che si voglia (possa) uscirne?
R. Esiste una nuova questione scolastica al passaggio del primo decennio del Ventunesimo secolo e questa nuova questione è definita, per l’essenziale, dal fallimento di tutte le politiche che in vario modo si sono ispirate al cosiddetto paradigma neo liberale e della personalizzazione. Il tema dei prossimi anni sarà scegliere tra un modello a base privatistica con tutto quello che comporta in termini di accreditamento delle istituzioni scolastiche, valutazione dei suoi attori, libertà di scelta e una riqualificazione dell’ investimento pubblico. Non è solo questione di soldi, come ossessivamente si ripete da tutte le parti. È un problema generale di modello scolastico e di funzioni che si intendono perseguire per mezzo dell’ istruzione. Dal mio punto di vista, la scuola non è solo un affare dell’ orientamento carrieristico delle famiglie. La scuola non serve solo al successo professionale dei figli. Attraverso la scuola, attraverso le cose che si insegnano, passa un’ idea generale di noi, di quello che vogliamo essere e del modo in cui vogliamo stare dentro il nuovo spazio politico mondiale. Non c’è comunità politica senza un accordo generale su ciò che ci tiene insieme. Perchè se il problema è tutto sul lato degli individui e delle loro opportunità di successo, allora si producono due effetti di cui di solito non si coglie il nesso. Il primo, è che vince il più forte, sempre; il secondo, è che se la scuola serve solo gli interessi dei privati, lo Stato allora a lungo andare perde, scusate il gioco di parole, interesse nella propria scuola. E questo produce inevitabilmente un rafforzamento del primo esito. Una scuola pubblica, segnata da un investimento pubblico sempre più degradato, che fornisce quello che nel mio libro definisco una sorta di reddito minimo di istruzione garantito a tutti, e poi un circuito ristretto di istituti molto esigenti, che pur restando pubblici si dotano di strumenti per selezionare la propria utenza e che preparano alle carriere migliori, a quella quota di lavoro sociale necessario ad alta intensità di prestazione e ad alti standard riservata a pochi. Voglio sottolineare questo aspetto, la grande enfasi messa in questi anni sui test autorizza le scuole a trovare i mille modi per disincentivare la partecipazione di quegli studenti che per capacità personale e provenienza sociale abbassano la valutazione. È questa la scuola che vogliamo? Non è secondo voi, questa, una grande questione politica da porre all’attenzione del Paese in termini appunto politici e non corporativi?

Tra le diverse e, spesso casuali, proposte per migliorare la scuola, si nomina spesso la valutazione dei docenti. Cosa ne pensa in merito?
R. Cosa vuol dire valutare i docenti e cosa succede una volta che li abbiamo valutati? Li paghiamo diversamente e in nome di quale principio di giustizia poi stabiliamo che alcuni si meritano i docenti migliori, altri quelli mediocri? Li licenziamo tutti? Li destiniamo ad altro incarico dentro l’amministrazione pubblica? E i professori migliori che faranno, continueranno ad insegnare o verranno promossi e promossi a cosa? Nessuno dà una risposta a queste semplici domande. Cosa vuol dire per un insegnante fare carriera? Uscire dall’ aula, smettere di insegnare, formare i suoi colleghi più giovani e inesperti, ma quanti sono, quante potrebbero essere verosimilmente queste posizioni di eccellenza nel quadro dell’amministrazione? Facciamo un gran discorrere della valutazione, ma lasciamo che i percorsi di formazione e di selezione degli insegnanti diventino sempre più deboli, abbandonati all’arbitrio di un sistema estremamente frammentato, da una regione all’ altra, da una università all’ altra. Tengono ancora le discipline e questo assicura ancora un quadro sufficientemente unitario di formazione. Ma il rigore di questa formazione lascia molto a desiderare. A che serve allora valutare qualcuno che non hai formato a dovere? Sono anche forti poi le spinte, e i meccanismi istituzionali conseguenti, ad attenuare il legame tra professore e disciplina, nel nome di una idea pericolosissima che un insegnante professionista è colui che non resta prigioniero del proprio specifico disciplinare ma è in grado di muoversi in un ambito più generico di materie affini. L’errore di queste operazioni, quando gli si vuole riconoscere una certa buona fede, è che pensano di trattare meri dispositivi burocratici, la declaratoria di una classe di concorso, un piano universitario degli studi e invece siamo di fronte a dispositivi culturali delicati che reggono impalcature maestose. Che cos’è una disciplina, cosa significa formarsi nell’ambito di una disciplina, come si forma una mente a contatto con la logica di funzionamento di una disciplina, con il suo complesso outillage intellettuale e di conseguenza cosa significa rimuovere tutto questo?

C’ è speranza in un’ inversione di tendenza rispetto alla crisi e alla demotivazione collettiva verso la scuola pubblica?
R. La speranza è la politica. Quello che si è perso in questi anni è che la politica non è solo la spartizione di risorse nell’ambito dell’ arena pubblica. La scuola ha sofferto in questi anni della scomparsa di una soggettività degli insegnanti, di un associazionismo professionale del mondo della scuola che non fosse solo di tipo corporativo sindacale. La speranza della scuola sono gli insegnanti i tantissimi insegnanti che ancora non si sono bevuti il mito del loro professionismo, che ancora pensano che il loro valore risiede in quello che sanno.

Infine, professore, qual è la scuola che lei vorrebbe?
R. La scuola che vorrei è una scuola di cultura, che riduca il peso assurdo che in questi anni è stato attribuito alle pratiche e che riscopra il valore degli studi. Una scuola insomma dedita alla funzione per cui è nata nel corso del diciassettesimo secolo, la trasmissione della conoscenza. Ve lo ricordate Comenio, insegnare tutto a tutti? Ecco, io mi sento un moderno. I postmoderni non mi dicono molto.
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(1) Adolfo Scotto di Luzio, La scuola che vorrei, Bruno Mondadori. 

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