Quattro o cinque per loro pari sono

Quindici anni di tentativi di ridurre il percorso scolastico in Italia
di Fabrizio Reberschegg

09 Settembre 2014 (3.3 MiB, 909 downloads)

Il piano Scuola del Governo Renzi, portato avanti dalla ministra Giannini, diventata ormai controfigura di se stessa dopo i pessimi risultati elettorali di Scelta Civica, punta ancora sull’ipotesi di riduzione del percorso degli studi primari e secondari di un anno identificando nella scuola secondaria di secondo grado il segmento oggetto del possibile taglio.

Ricordiamo che da Luigi Berlinguer in poi quasi tutti i ministri dell’istruzione si sono cimentati in numerosi progetti di riorganizzazione del percorso formativo pre universitario (Berlinguer è riuscito in ogni caso a modificare i percorsi universitari con la riforma delle lauree di primo livello e delle lauree magistrali con discutibili risultati). Ricordiamo che la Ministra Carrozza aveva già legittimato alcune sperimentazioni concernenti la riduzione di un anno della scuola superiore.
Elenchiamo qui alcuni dei noti motivi che spingono la classe politica a percorrere la strada dell’ulteriore riforma del ciclo della secondaria di secondo grado:
– Riduzione della spesa corrente nel segmento di istruzione più costoso (scuola secondaria di secondo grado). Con la riduzione di un anno del percorso tradizionale di risparmiano circa 50-60 mila cattedre con gli oneri connessi (supplenze, pagamento FIS, ecc.). Alcuni tecnici del MEF calcolano un risparmio di più di 1 miliardo e mezzo sul bilancio del MIUR.
– Adeguamento del percorso degli studi a quello di alcuni paesi dell’UE, dei paesi anglosassoni (USA in primis) e di molti paesi emergenti (BRICS) alla ricerca della conseguente equipollenza delle competenze in uscita e dell’omologazione dei parametri statistici con particolare riferimento al calcolo delle forze di lavoro disponibili sul mercato.
– Raggiungimento degli obiettivi di Lisbona previsti per il 2020 in merito alla riduzione della dispersione scolastica (al 10%), al numero di diplomati (85%) al numero di frequentanti l’istruzione superiore -università e istituti omologati- (40%).
– Applicazione dell’ideologia delle competenze chiave europee che prevede il perseguimento di obiettivi non necessariamente legati a conoscenze tradizionalmente strutturate.

Lungi dal discutere sui pesanti effetti su contenuti e ordinamenti, i “tecnici” si scatenano nelle ipotesi di riforma. Si parte dai nostalgici del piano Berlinguer (7 anni primaria + 5 anni secondaria), si passa alla proposta della riduzione del biennio iniziale a un monoennio (1+3), per finire a chi intende ridurre il triennio a un biennio (2+2), anche agganciando un eventuale quinto anno al percorso formativo ulteriore (2+2+1 o 1+3+1) con il riconoscimento di crediti (da 30 a 60) utili per gli studi universitari o post-secondari.
In quest’ultimo caso l’esame di maturità, se si mantiene ancora il principio del valore legale del titolo di studio, dovrebbe articolarsi in due fasi successive (come si fa in Francia), una alla fine del quarto anno e l’altra alla fine del quinto. Una ulteriore variante ingegneristica di stampo berlingueriano, è quella di staccare il monoennio dalla scuola secondaria superiore aumentando di un anno la scuola secondaria di primo grado. In tal caso la scuola italiana assumerebbe una configurazione assai simile a quella francese (5+4+3).

Ulteriore ipotesi, sposata da parte di alcune forze sindacali, è quella di mantenere l’attuale scansione (5+3+5) prevedendo l’inizio della scuola primaria a 5 anni. In questo caso si manterrebbero gli attuali equilibri in tema di ordinamenti e organici ma si forzerebbe sulla precocità del percorso formativo istituzionale.

Ridurre la scuola superiore a quattro anni comporta comunque effetti tecnici non facilmente risolvibili. Ad esempio, si creerebbe sicuramente la cosiddetta «onda anomala», per cui nell’anno di passaggio due generazioni di studenti (l’ultima a terminare il ciclo di cinque anni e la prima a iniziare quello di 4 anni) si riverserebbero insieme sull’università o sul mercato del lavoro: ciò richiederebbe un temporaneo «raddoppio» delle strutture accademiche con riflessi sulla disoccupazione con il rischio di vanificare i risparmi di spesa attesi almeno per un periodo di due-tre anni finanziari. In ogni caso bisogna sommare gli effetti strutturali sul mercato del lavoro e sul sistema previdenziale e assistenziale derivati dalla riduzione dell’occupazione diretta e indiretta degli insegnanti, del personale ATA e dei servizi connessi al funzionamento della scuola.

Recentemente in Germania si è aperto un dibattito serio per abolire la riforma di dieci anni fa che impose in alcuni Ländern una riduzione degli anni del Gymnasium, l’equivalente del liceo italiano ma che comprende anche le nostre ex scuole medie, “da nove a otto anni”. L’abbreviazione del corso liceale , varata nel 2004 faceva parte di una serie di provvedimenti presi in seguito ai bassi risultati ottenuti nel 2001 dal test PISA fra i quali il cambiamento di alcuni libri di testo e la possibilità di restare a scuola anche nel pomeriggio, fatto poco comune in Germania. Per molti intellettuali tedeschi la riforma fu troppo affrettata nel costringere alla riduzione dei contenuti di apprendimento, i genitori tedeschi hanno lamentato un aumento dello stress per i figli costretti ad abbandonare le proprie attività pomeridiane senza alcun approfondimento delle cose studiate.

Come si può notare sono contestazioni che entrano nel merito della riforma, riforma che non era conseguenza di necessità del riduzione di bilancio federale, ma che intendeva superficialmente superare alcuni gap nei test OCSE-PISA. Così, mentre in Europa si sta discutendo sulla opportunità di allungare i percorsi formativi, in Italia facciamo il contrario dimostrando una sconfortante incapacità di far tesoro degli errori altrui. Così sembra che siano fondamentali solo i problemi di costo della scuola o, come fa di norma una certa cultura cigiellina, la necessità di ridurre drasticamente la dispersione e la percentuale di abbandoni scolastici.

In verità, il rischio reale è che in Italia si arrivi acriticamente alla riduzione del percorso della scuola superiore abbassando pericolosamente i livelli di conoscenza, apprendimento e competenza dei nostri studenti e coniugando risparmio sul bilancio dello Stato e diritto al successo formativo (leggi : diritto di non essere selezionati in negativo). Tutto ciò sarebbe ancor più devastate per tutto il settore dell’istruzione tecnica e professionale che dovrebbe permettere di conseguire qualifiche e capacità in due-tre anni da spendere nel mercato del lavoro senza necessariamente prevedere il proseguimento a livello universitario o postsecondario.

Per queste ragioni e per molte altre che analizzeremo nel prossimo futuro aprendo un dibattito con tutti i nostri lettori, la Gilda degli Insegnanti ribadisce la sua netta opposizione a riforme degli ordinamenti che avrebbero effetti micidiali sull’assetto del nostro sistema di formazione e sulla preparazione dei futuri studenti. Purtroppo chi straparla di riduzione degli anni scolastici immaginando chissà quali compensazioni nella qualità delle conoscenze e degli apprendimenti anche con lezioni e unità di apprendimento al pomeriggio non sa di cosa sta discutendo. Cerca solo un facile consenso nella pubblica opinione vendendo l’idea di una scuola trasformata in una sorta di grande centro sociale con studenti-consumatori contenti di studiare di meno e famiglie contente che i loro figli siano “protetti” per tutto il giorno all’interno di aule scolastiche presidiate da insegnanti scaduti a facilitatori dell’apprendimento (o anche semplici baby sitter) cui delegare la responsabilità educativa. Possiamo facilmente immaginare i risultati di un probabile sondaggio on line…

Manca ormai dolosamente da parte della politica un progetto serio di lungo periodo che consenta di migliorare conoscenze, capacità e competenze delle future generazioni consentendo al nostro Paese non solo di essere competitivo nel mondo dell’economia, ma soprattutto di essere costruito su una cultura della cittadinanza responsabile da parte di tutte e tutti.
Fare una battaglia contro le attuali proposte di riduzione dei percorsi scolastici non è solo una tradizionale battaglia sindacale per la salvaguardia degli organici, ma è una importante battaglia di civiltà.

ALLEGATI

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