Stress test e quiz, una barbara subcultura inoculata nell’economia e nella pedagogia

Nei giorni in cui molti aspettavano, palpitanti, il responso degli ultimi stress test delle banche, fingendo – per un falso, ma comodo, senso personale di sicurezza – di non sapere che queste stanno agonizzando, un mattino, sintonizzato sulle frequenze della Radio 24 di Confindustria, fui da una Musa ispirato a pensare alla stretta analogia tra questi stress test bancari e le valutazioni degli studenti per mezzo di quiz e risposte multiple.

La stessa Musa doveva aver ispirato l’intelligenza artificiale del server del Sole 24 Ore, poiché il giorno del responso trovai sul sito del quotidiano due articoli associati da tre giorni, sulla stessa pagina: “Gli stress test e la realtà del mercato” di Francesco Lenzi e “Le prove Invalsi e i ritardi del Sud” di Francesco Bruno.

Sul fronte di “quel che conta”, cioè del denaro, abbiamo i collaudi di resistenza delle banche alla futura crisi…

– “Che hai detto? Futura crisi?”

– “Sì, perché non essendo ancora intervenuti sulle cause del crac del 2007-2008, ce ne aspettiamo un’altra, e di dimensioni maggiori”.

– “E come provate la resistenza delle banche?”

– “Coerentemente con la scelta, in otto lunghi anni, di non intervenire sulle cause: la Banca Centrale Europea ha stabilito di misurare il rischio di credito bancario ordinario, chiudendo tre occhi sulla parte preponderante delle attività di molte banche, soprattutto quelle “troppo grandi per fallire” senza avere conseguenze devastanti sull’intero sistema finanziario (too big to fail), e sulle loro esposizioni dovute alle scomesse in derivati finanziari”.

Così, mentre Deutsche Bank primeggia sulle altre banche nel processo della malora bancaria, con 55 bilioni di Euro di valore nozionale di contratti derivati, le banche che risultano più sofferenti sono quelle più “arretrate”, che cioè hanno conservato una fetta considerevole di attività ordinaria: raccolta di risparmio e prestiti alle attività reali produttive. Anche queste, data la crisi, faticano a recuperare tutte le perdite…

Sul fronte di “quel che non si mangia”, cioè della cultura, abbiamo la modernissima e oggettiva tecnica delle risposte multiple, per valutare la resistenza degli studenti a nient’altro che la pressione del sistema scolastico stesso sui loro animi e cervelli.

Che cosa misurano i quiz e le risposte multiple? La preparazione coerente, cioè frammentaria, non analitica e superficiale che è richiesta per avere 10 in quel modo. D’altra parte in televisione, tra il Maestro Manzi e Mike Bongiorno, ha definitivamente vinto il secondo e ai professori in gamba gli studenti suggeriscono di andare in TV a vincere ai quiz. Poco importa se molte esigenze delle giovani menti sono state messe a tacere da anni; se tutt’intorno alla scuola è un turbinìo di programmi mediatici di sollecitazione degli istinti e, dunque, di distrazione di massa. Gli anglosassoni – ci dicono gli esperti sempre attenti alle novità esotiche – hanno stabilito che si faccia così, e così dobbiamo fare. Poco importa se gli stessi anglosassoni si stiano pentendo.

Noi, invece, come scrisse Carlo Cattaneo nel 1845… “Il silenzio dell’Europa ha principio dal nostro silenzio; ha principio da quella preliminare concessione che noi facciamo, d’esser secondi a tutto il mondo vivente”, e pertanto ci siamo autoinflitti la tortura della tentata rinuncia alla tradizione umanistica, riempiendoci la bocca di LIM, app, ecc.

Nel lento processo di integrazione in questa Europa infine commissariata, i nostri Ministri dell’Istruzione e della Ricerca hanno avuto tutto il tempo di contrapporre alle proposte di uniformazione alla maniera anglosassone la richiesta parallela, degna della patria del Rinascimento, di vagliare gli studenti anglosassoni con i metodi in vigore qui, quando all’estero ci invidiavano le “belle teste” uscite dalle facoltà universitarie. Giusto per vedere se la modalità di valutazione porti con sé anche una modalità di studio e di preparazione, in una patta che dovesse far pensare a tutt’altro criterio per decidere come sia meglio far studiare milioni di europei.

Tutti, infatti, dovremmo sapere l’origine militare dei test del “quoziente di intelligenza”, una definizione di intelligenza che avremmo il dovere morale di confrontare con quella alla base dei miracoli del Rinascimento, ineguagliati per molti aspetti, dalle generazioni successive, fino a noi.

Ma i Ministri non l’hanno fatto. Quanto vorrei essere smentito…

L’analogia è molto stretta, più di quanto si pensi.

I test, che siano fatti sulle banche o sui banchi, vedono quel che vogliono vedere. Soprattutto, non vedono quel che si vuol lasciar da parte.

Il profitto nella finanza moderna è a breve, brevissimo termine; il profitto nella scuola e nell’università moderne è a breve, brevissimo impegno di studio e a breve, brevissimo termine di permanenza nella memoria di quanto studiato.

Nella scuola abbiamo gli stili di apprendimento, che comprendono l’uso dei videogiochi per studiare un sunto dei celebri Bignami, e gli attori economici hanno pure gli stili di profitto, che comprendono la vendita di videogiochi violenti, di armi più o meno bandite dai trattati intergovernativi, delle droghe.

Così abbiamo che il liberismo nell’economia sta limitando la libertà di creare nuova ricchezza nel mondo reale, perché l’invito è di andare a fare i fenomeni in quello virtuale della speculazione, e il liberismo nella scuola, fatto di disimpegno dello Stato e di riduzione dell’utente a cliente, sta limitando pesantemente la libertà di insegnamento, cioè di stabilire un efficace nesso d’amore tra le menti di docenti e studenti, perché ai giovani non si offrono prospettive, se non sono i figli del tale.