Sillabo

ovvero catalogo di quaranta proposizioni erronee intorno alla scuola

con annesso corredo esplicatorio da servirsi particolarmente come viatico apologetico per i signori docenti

 

 

 

 

Che il libro di Umberto di Raimo, colto professore di lettere in cerca di sopravvivenza in un istituto professionale, sia unico nel suo genere lo si capisce anche solamente dalla copertina. Questo Sillabo, che assomiglia a un saggio senza esserlo, contiene quaranta proposizioni erronee, come recita la copertina, cioè frasi che riguardano la scuola contemporanea tratte dalle parole dei ministri Berlinguer e Moratti, da articoli di giornale o da stereotipi dell’opinione pubblica definiti ‘errori popolari’. L’autore in un paio di pagine confuta tali enunciazioni nella sostanza con un argomentare dall’aspetto cartesiano facendo uso di una lingua colta, anzi coltissima, volutamente troppo erudita e troppo classica in modo da ottenere un dirompente effetto comico. Il risultato è una veemente ironia intorno a questi stereotipi popolari e idee bislacche di ministri e giornalisti. Più che l’argomentare dall’aspetto pseudo-scientifico ciò che funziona a meraviglia è questa lingua pregiata usata per esprimere anche volute ‘volgarità’ quale il famoso PERNACCHIO a cui a volte l’autore ricorre per commentare la proposizione di cui si sta occupando. Questo contrasto tra lingua colta e irriverente sberleffo trova qui un equilibrio non facile da raggiungere: il risultato è sublime, ma  mantenere il bilanciamento necessario per tutto il libro è affare di grande difficoltà e se l’autore non mostrasse tutta la sua abilità il rischio di ‘scivolate’ sarebbe elevato.

Le quaranta proposizioni erronee e la loro confutazione dipingono il quadro della scuola contemporanea con tutti i suoi errori e in tutta la sua degenerazione (‘con l’intento di perseguire la verità, d’incoraggiare, consigliare e “consolare” i docenti che sono invitati, in ultimo, a “tenere duro” perché, secondo il giudizio dello scrittore, nella scuola italiana c’è del buono su cui costruire, ci sono le basi per sperare in una svolta positiva.’, come recita la descrizione del libro nel sito dell’editore Pendragon.) La prima proposizione ad esempio recita: Al centro del sistema scolastico deve essere lo studente [errore popolare]  mentre la penultima Si deve auspicare che nelle scuole – in forza del principio della “accoglienza delle differenze dietetiche” – vengano tosto istituite “mense multirazziali” viene definita [semiutopico imperativo paradidattico, dietologico, assessorile]. Qui di seguito riporto la seconda proposizione in cui l’uso delgesto apotropaico… di magia simpatica …liberante e solenne’ del  PERNACCHIO viene introdotto per la prima volta e di cui viene in nota ricordata la definizione.


 

 

 

 

 

 

 

Infine, per mostrare la freschezza del libro stampato nel 2005, riporto per intero la proposizione n. 38 tratta dalle parole del prof. Brunetta, ora recente ministro della Funzione Pubblica, il quale ha indicato appena eletto nella fannullonaggine dei pubblici dipendenti tutti i mali della cosa pubblica italica, esemplificando i professori di scuola quale prototipo a sostegno del suo teorema in diretta televisiva nella trasmissione del demiurgo Bruno Vespa. Di Raimo parte dal semplice fatto che il ministro Brunetta altro non è che un professore universitario, categoria di persone ‘loro sì molto facenti’ e rincara la dose in un crescendo esilarante che trova il suo climax nel liberatorio PERNACCHIO.

 

 

“I professori di fatto svolgono un lavoro part time, sono illicenziabili e non hanno controlli sulla loro produttività:

nessuno, neppure il mercato, può sanzionarli. Perciò molti insegnanti sono poco facenti e scarsamente qualificati”

 

[parole di Renato Brunetta; cfr.l’articolo di anonimo

Sono pagati poco ma in cambio hanno una manciata di privilegi,

in «Corriere Scuola», 2, 8, allegato al «Corriere della Sera»,

5 marzo 1999, pag. 9].

 

Questa frase contiene un errore esiziale, tanto più pericoloso in quanto infarcito di affermazioni le quali – quantunque complessivamente assai banali – possono nondimeno venir considerate bastevolmene fededegne e sostanzialmente veritiere.

Si consideri dunque:

 

a)         Che i professori svolgano un lavoro part-time è del tutto falso, come abbiamo già più sopra dimostrato [cfr. n° 31].

b)        Che i professori siano illicenziabili è proposizione degna d’esser tenuta, sostanzialmente ed entro certi limiti, per vera. Non sappiamo per quanto tempo ancora, dati i tempi: ma comunque vera.

c)         Che i professori non soffrano “controlli sulla loro produttività” è anche, sostanzialmente, vero.

d)        E’ parimenti vero – sotto un certo rispetto – che i professori nessuno li può sanzionare, nemmeno il “mercato”.

e)         Può esser tenuto per possibile – e dunque sostanzialmente vero – che “molti insegnanti” siano “poco facenti e scarsamente qualificati”.

 

E allora – a parte il caso della proposizione ‘a’ manifestamente erronea – dove sta dunque il problema? E’ presto detto: il problema sta nel fatto che il professor Brunetta si limita a recriminare alla maniera qualunquistica, sfuggendo a un preciso e precipuo dovere del critico autorevole e d’alto lignaggio, che è per l’appunto quello di proporre soluzioni ragionevoli e praticabili, una volta individuati i problemi. Limitiamoci a segnalare un paio di esempi:

 

1)             Il professor Brunetta omette di specificare in che modo possa essere misurata e controllata la “produttività” dei docenti. Si limita a qualunquisticamente asserire che nessuno li controlla, i professori: un puro e semplice e ritrito e strafrusto luogo comune da bar di periferia.


2)             Il professor Brunetta non si degna in alcun modo di farci sapere chi deve sanzionare i docenti; non precisa in quali casi i docenti devono essere sanzionati; non ci spiega che accidente voglia dire che il mercato dovrebbe sanzionare i docenti. Si limita ad impastocchiare ancora una volta una filatessa di  puri e semplici e ritriti e strafrusti luoghi comuni da bar di periferia.

 

Un errore gravissimo, poi, si annida nel ragionamento del professor Brunetta: credere che si possano ottenere professori molto facenti e molto qualificati facendo lavorare i docenti full-time (qualunque cosa ciò voglia significare), licenziandoli, sanzionandoli, mercanteggiandoli. Noi siamo certi che ciò non risponde a verità. Ne siamo certi perché sappiamo – come peraltro sanno tutte le persone di buon senso e  in buona fede  – che ottimi docenti e pessimi si trovano tanto nei sisteni scolastici che sanzionano i docenti [ma dove poi saranno in auge, tali mitici sistemi!] come nei sistemi scolastici alquanto più corrivi e lassisti.

Da ultimo sarà il caso di considerare il pulpito dal quale viene l’austera e sferzante predica di Renato Brunetta. A noi risulta che Renato Brunetta sia “docente di economia del lavoro alla Seconda Università di Roma” [cfr. l’articolo di anonimo Sono pagati poco ma in cambio hanno una manciata di privilegi, in «Corriere Scuola», anno 2 8, allegato al «Corriere della Sera» del 5 marzo 1999, pag. 9].

Dunque un professore. Un professore universitario. Ovverossia membro di una categoria di persone – come ognun sa – loro sì molto facenti e molto qualificate, licenziabili, controllatissime quanto alla loro produttività eccetera eccetera eccetera.

Saremmo proprio tentati di dismettere del tutto la pur tenue venatura di sarcasmo che accompagna il nostro dire ed indulgere all’esplodimento di un solenne

 

PERNACCHIO[1][1]

 

all’indirizzo del professor Brunetta. Saremmo tentati: ma viene ad ammansirci la proba ed autorevole testimonianza del professor Raffaele Simone – uomo d’accademia come il professor Brunetta – il quale pacatamente afferma che in Italia

 

l’attività universitaria patisce di una annosa commistione con le professioni lucrose. Siamo uno dei pochi paesi al mondo in cui avvocati, notai, architetti o medici possano fare anche il professore universitario, magari a mille chilometri di distanza da casa propria. In parole povere, l’università è un lavoro a cui è possibile dedicare solo le briciole del proprio tempo: maiora premunt[2][2]

 

Dunque asserisce il professor Simone che molti docenti universitari fanno il doppio lavoro: il che val quanto dire che considerano [più o meno abusivamente] il loro ministero di docenti un lavoro part-time. Proprio il crimine di cui il professor Brunetta accusa i docenti delle scuole medie e medie superiori. La conclusione è molto terraterra: ed è che docenti bravi e coscienziosi si trovano nelle scuole elementari, nelle scuole medie inferiori, nelle scuole medie superiori, nelle università; mentre nel contempo docenti furbastri e lavativi si trovano nelle scuole elementari, nelle scuole medie inferiori, nelle scuole medie superiori, nelle università. Proprio così: secondo una regola millenaria che non verrà stravolta né punto né poco dalla gnomica apodittica ed irruente dell’esimio professor Brunetta.

 

 

 

 

 



[1][1] Per comodità del lettore riteniamo opportuno richiamare qui la definizione di  pernacchio”, così come la si incontra a pag 378 del volume Sessa Aurunca dalla A alla Z- Guida storica e turistica in forma di dizionario [edito a cura di G. Monarca, presso la Pubbliscoop di Sessa Aurunca nell’anno1994]: «Celebre sibilo rauco, dal suono scorreggioso, ottenuto comprimendo la bocca con una mano durante l’esecuzione. Farlo a una persona significa ostentargli disprezzo e ironia, molto più che esprimergli tali sentimenti con parole…»

 

[2][2] Cfr. l’articolo L’università degli stagni, su La Stampa del 5 gennaio 2003, pag. 24].