Cui prodest?

DDL scuola: rivolgiamo questa domanda a tutti i colleghi e a quel che resta della società civile, a chi giova questa aberrazione giuridica, sociale e politica
di Renza Bertuzzi

03 Maggio 2015 (1.9 MiB, 1143 downloads)

Dopo mesi di annunci, di slides, di librettini modello editoria per scuola dell’ infanzia, di trionfalismi, di eventi zuccherosi, il testo del DDL sulla ( sedicente) buonascuola è diventato ufficiale e forse verrà discusso in Parlamento. Il dubbio è d’ obbligo in questa vicenda in cui un Presidente del Consiglio decisionista si limita a narrare ( e a incantare?) e non si decide ad agire.

Questo numero del giornale viene dunque dedicato, in gran parte, all’ analisi di questa sconcertante inversione di tendenza sull’ istruzione statale che in pratica la riduce in polvere, insieme con i suoi presupposti fondamentali come il principio della libertà di insegnamento.

Di tutto il testo, che i lettori ormai conosceranno bene e che si trova nel nostro sito www.gildains.it, è fondamentale soffermarsi su ciò che la Gilda ha definito mostro giuridico. In sostanza, vediamone gli aspetti che snaturano la nostra scuola.

Il progetto prevede di rafforzare l’autonomia scolastica, dove il dirigente scolastico assume un ruolo centrale per la determinazione del fabbisogno e della migliore offerta formativa dell’istituzione scolastica; elabora il piano triennale e quindi sceglie i docenti che risultano più adatti a soddisfare le esigenze delle scuole e propone, sulla base dei piani triennali dell’offerta formativa di cui all’articolo 2, incarichi ai docenti iscritti negli albi territoriali e al personale.
In sintesi, ogni scuola, avrà una sua fisionomia culturale (?) decisa dal Dirigente scolastico (i piani triennali modificano la struttura ordinamentale degli istituti) il quale, sulla base di questi assumerà (!) personalmente i docenti da lui solo ritenuti idonei.
Una vera e propria follia.
Assodato che – come precisa il Coordinatore nazionale nel suo articolo – così la libertà di insegnamento diventa carta straccia e ciò lede in primis la formazione alla libertà delle nuove generazioni e quindi il futuro delle nuove classi dirigenti e quindi il tasso di democrazia, resta aperto il problema di avere ideato tante minuscole unità che devono diversificarsi.
Accantonando la vis polemica, ci chiediamo e chiediamo ai colleghi di interrogarsi su alcuni punti.
1) Perché le scuole dovrebbero diversificarsi e non per esempio cercare punti in comune, essendo tutte rappresentazione degli stessi principi costituzionali che devono essere rinsaldati più che mai, in un momento in cui la convivenza civile e politica è così a rischio?
2) Perché puntare a creare isole differenti che aggregano famiglie e utenti omogenei, similmente al modello della scuola privata, dove si ritrova non una pluralità di vedute come nella scuola pubblica statale?
3) Perché affidare ad un unico soggetto, il Dirigente scolastico, la definizione del piano triennale che caratterizza la scuola? Quali benefici all’ istruzione potrebbe portare il potere assoluto di un soggetto che decide chi deve lavorare e chi no? Quali garanzie che nelle tante scuola italiane non si invada quella che si potrebbe definire la riserva di istruzione, ovvero quella parte in cui dalla Alpi alla Sicilia ci si identifica culturalmente e ci permette di ritrovare punti in comune?

Semplici domande a cui la retorica pletorica del DDL non risponde e a cui è bene accompagnare alcune note informative. In Italia la corruzione è a livelli molto alti: nell’elenco dei Paesi “virtuosi” noi siamo al numero 69 della graduatoria mondiale e all’ultimo posto in quella europea perché in quest’ultimo anno siamo stati superati perfino dalla Bulgaria e dalla Grecia. Parliamo quindi di corruzione, cioè della disponibilità a farsi pagare per affidare o concedere qualcosa sovvertendo i principi di legge. Perché, con questo quadro, si è deciso di eliminare, tradendo la stessa Costituzione, ogni sistema di controllo sulle assunzioni nelle scuole?

Domande inquietanti ci sembrano per le quali è difficile trovare risposte plausibili. Il fatto certo è che, in aggiunta agli elementi di cui si parla nelle pagine di questo numero (assunzione apparente dei precari, formazione obbligatoria, ecc…) potremmo avere molto presto tante scuole statali private in cui si si iscriveranno gruppi (organizzati?) di studenti con le stesse visioni del mondo (!); in cui i docenti dovranno insegnare secondo le direttive didattiche del Dirigente, e forse dovranno pure “ pagare” per avere il posto. Scuole collocate in zone in cui la legalità è un optional e in cui un Dirigente ha mano libera sul piano triennale.

Allora rivolgiamo questa domanda a tutti i colleghi e a quel che resta della società civile, a chi giova questa aberrazione giuridica, sociale e politica?

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